Regia: Lucia Chiarla
Cast: Max Riemelt, Natalia Rudziewicz, Franziska Troegner
Anno: 2024
Paese: Germania
Durata: 97′
Produzione:
Distribuzione: No.Mad Entertainment
Sinossi: Jens è un tassista che concilia a fatica turni massacranti con il ruolo genitoriale e con l’inquieta moglie Constanze, architetta giunta al primo incarico importante della sua carriera. I loro incontri avvengono quasi sempre in auto, fra un turno e l’altro di lui, facendo costantemente lo slalom fra i rispettivi impegni lavorativi. Jens lavora principalmente di notte non per diletto, ma perché la crisi economica, unita alle nuove app che permettono a chiunque di svolgere lo stesso lavoro senza pagare le tasse, hanno messo l’intera categoria in seria difficoltà. L’abitacolo del taxi diventa così il solo spazio condiviso della coppia, un microcosmo claustrofobico in cui la relazione sopravvive a stento.
Questo equilibrio precario si spezza quando una telefonata dalla scuola sconvolge la routine familiare: Luis, il figlio di dieci anni, è vittima di bullismo. Il motivo sembra banale ma è carico di significato — il suo zainetto viola decorato con un unicorno, giudicato troppo femminile per un bambino. Quelle che all’inizio sembrano semplici battute e piccole prese in giro tra coetanei si tramutano poi in spinte e violenze fisiche più serie, mentre la scuola, anziché affrontare il problema alla radice, si limita a suggerire ai genitori di cambiare lo zaino al figlio in nome del “senso della comunità”. Ma Luis non si vuole adeguare, perché per lui quello zaino ha un significato particolare.
Attorno allo zainetto e ai ripetuti episodi di bullismo monta così un caso che mette in discussione il rapporto fra Jens e Constanze, chiamati a confrontarsi con le proprie aspettative e i propri steccati psicologici nella gestione della crescita del bambino. Fra i due, Constanze è la vittima principale delle aspettative sociali, mortificata dal fatto che il figlio non sembri in grado di rispondere alle istanze preordinate della cultura dominante; Jens, invece, è più propenso a difendere l’individualità del figlio, anche a costo di intraprendere vie più tortuose e complicate. Il film ruota interamente attorno all’opportunità di conservare o meno quello zaino, prisma attraverso il quale vengono mostrate due differenti filosofie pedagogiche e una coppia già logorata dal lavoro e da giornate senza respiro.
Mentre Luis continua a subire umiliazioni e violenze, fino a trasformarsi da vittima in carnefice, il peso della vita quotidiana, la mancanza di tempo e i sensi di colpa mettono a dura prova la relazione della coppia. Un elemento stilistico centrale è l’assenza totale del bambino dall’immagine: la tensione narrativa è alimentata soprattutto dalla voce fuori campo — quella del preside, le telefonate di Luis al padre, le voci che arrivano dalla scuola — senza che il bambino venga mai mostrato. È una scelta coraggiosa che sposta continuamente il fuoco dalla vittima agli adulti che la circondano, rivelando come il vero problema non sia Luis, ma il mondo che lo giudica.
Recensione: Si muove su un terreno eterogeneo About Luis, spostandosi tra il dramma familiare del Locke di Stephen Knight, alla denuncia sociale del recente Anywhere Anytime visto all’ultima SIC di Venezia. Di certo lo spostamento, il moto a luogo, è al centro del film, interamente ambientato dentro e attorno all’abitacolo del taxi guidato da Jens. Ispirato alla pièce teatrale El pequeño poni di Paco Bezerra, la regista Lucia Chiarla, italiana d’origine e tedesca d’adozione, mantiene l’unità di luogo per sviluppare questa storia familiare che non mette mai in scena il suo protagonista.
Luis è un ragazzino di dieci anni, figlio di Jens, tassista, e Constanze, architetto, a cui piacciono gli unicorni, tanto da andare a scuola con uno zaino a tema. Per questo motivo i compagni lo isolano, lo deridono e lo bullizzano. Se da un lato l’escalation di violenza prosegue e si intensifica, dall’altro i genitori, provati dalle difficoltà economiche e lavorative, cercano di affrontare, ognuno a modo suo, la crisi del loro ruolo genitoriale, abbandonati e colpevolizzati dall’istituzione scolastica, incapaci di far fronte in maniera adeguata e coesa al problema, per il quale cercano soluzioni temporanee e inefficaci che hanno il solo risultato di acuire il dramma del figlio.
L’impossibilità di una dimensione casalinga in cui ritrovarsi e confrontarsi, tenuti lontani da un meccanismo economico e lavorativo pressante, è sintomo ed espressione di un sistema capitalistico autofago, pronto a cibarsi dei suoi stessi attori meno solidi, efficienti e produttivi. Non a caso è la nonna a riflettere sulla società della performance e sul bullismo sistemico che osserviamo quotidianamente – a partire dagli schermi televisivi in cui vanno in onda talent show in cui l’umiliazione pubblica trova legittimazione – che per ragioni anagrafiche si trova ai margini del sistema economico e per questo l’unica in grado di analizzare lucidamente il contesto in cui Jens e Constanze sono immersi e di cui sono, volenti o nolenti, partecipi. Lo stesso sistema a cui Luis sta cercando faticosamente di opporre resistenza.
Il taxi diventa uno scenario claustrofobico in cui i genitori si ritrovano loro malgrado imprigionati, messi alle strette dall’urgenza di un problema che apre a domande più profonde sulla volontà o meno di adeguarsi a una società sempre più castrante e violenta, come testimoniano le notizie che passano alla radio. E a cui non il corpo, né l’immagine o gli oggetti di Luis possono dare risposta, bensì la sua voce, che sentiamo attraverso le frasi del suo diario, raramente interpellata e spesso inascoltata, che si manifesta come un fantasma, un presagio, ma anche un segno di speranza e liberazione.
Approfondimenti: Il bullismo di genere e il rifiuto della diversità
Tutto comincia con uno zaino. Un oggetto viola decorato con un unicorno, scelto da un bambino di dieci anni perché gli piace, e trasformato dai compagni di classe in una prova d’accusa. Luis non fa nulla di sbagliato, eppure quella scelta basta per farlo diventare il bersaglio di scherni e aggressioni. About Luis usa questo dettaglio apparentemente banale per aprire una domanda molto più grande: chi stabilisce cosa è “adatto” a un maschio? E cosa succede a chi non si conforma?
Il film di Lucia Chiarla si inserisce in una tradizione cinematografica che racconta come la pressione del conformismo di genere pesi soprattutto sui bambini e sugli adolescenti, spesso con una violenza silenziosa ma devastante. Un confronto immediato è con Billy Elliot (Stephen Daldry, 2000), dove un ragazzino di undici anni in una comunità mineraria del nord dell’Inghilterra vuole diventare ballerino. La danza è percepita come territorio femminile: il padre, i compagni, l’intero ambiente sociale lo guardano come se stesse tradendo qualcosa. Anche lì, come in About Luis, il problema non è la scelta del bambino in sé, ma il modo in cui quella scelta viene letta dagli altri, trasformata in anomalia, in deviazione da correggere. La differenza è che Billy Elliot alla fine vince, con il film che si chiude su un’immagine di liberazione. About Luis è molto meno ottimista, il mondo adulto tende a suggerire la via della resa, del compromesso. Il preside consiglia semplicemente di comprare uno zaino nuovo.
Un film ancora più radicale sul tema è Ma vie en rose (Alain Berliner, 1997), storia di Ludovic, un bambino belga di sette anni convinto di essere una bambina. Il film mostra con grande delicatezza e qualche tocco fiabesco la progressiva incomprensione di chi lo circonda fino all’ostracismo totale. Anche qui, come in About Luis, la comunità si compatta attorno a un’idea rigida di normalità, e chi non vi corrisponde viene espulso. Ciò che accomuna questi tre film è il meccanismo dell’inadeguatezza imposta, perché non è il bambino a essere sbagliato, ma è la società a costruire un modello così stretto che chiunque fuoriesca viene percepito come una minaccia all’ordine collettivo.
Su questo punto About Luis sviluppa una riflessione più ampia, che va oltre il singolo caso di bullismo. La parola chiave del film è proprio “inadeguatezza”, un sentimento che non riguarda solo Luis, ma anche i suoi genitori, incapaci di stare al passo con i ritmi del lavoro e della vita familiare, e in definitiva l’intera società contemporanea, che proclama apertura e inclusione ma nei fatti fatica ad accogliere chi esce dal seminato.
Questa tensione tra discorso ufficiale e comportamento reale è il cuore del film, e richiama un’altra opera importante del cinema europeo recente: La sala professori (İlker Çatak, 2023), ambientata in una scuola tedesca dove un’insegnante idealista si scontra con l’istituzione scolastica nel tentativo di fare la cosa giusta. Anche lì la scuola non è il luogo della formazione e dell’accoglienza che dovrebbe essere, ma uno spazio di gestione del conflitto, di tutela dell’immagine, di silenziamento dei problemi scomodi.
Il fuori campo, il taxi e la tradizione del cinema da camera
Luis non appare mai sullo schermo. È il personaggio attorno a cui ruota ogni conversazione, ogni litigio, ogni decisione del film, eppure non lo vediamo mai in faccia, è solo una voce al telefono, un nome ripetuto, un’assenza che pesa. Questa di Lucia Chiarla è la scelta registica più importante del film, e trasforma About Luis in una riflessione cinematografica sul potere del fuori campo.
Nel linguaggio del cinema, il fuori campo è tutto ciò che esiste nella storia ma non è inquadrato: lo spazio ai lati, dietro la macchina da presa, oltre la porta chiusa. La domanda “cosa significa non mostrare?” accompagna il cinema fin dalle sue origini. Uno dei primi e più potenti esempi è M – Il mostro di Düsseldorf (Fritz Lang, 1931), dove il serial killer che terrorizza la città viene mostrato attraverso un gioco di ombre, e la minaccia che aleggia su ogni bambina della città è resa proprio dalla sensazione di qualcosa che c’è ma non si vede. Il fuori campo, in quel film, genera angoscia. Non vedere amplifica la paura.
Un esempio contemporaneo è La zona di interesse (Jonathan Glazer, 2023), film sul comandante di Auschwitz che vive con la famiglia in una villetta accanto al campo di sterminio. Le atrocità non si vedono ma si sentono, arrivano come rumori di fondo, urla lontane, odore di fumo. Glazer costruisce uno dei film sull’Olocausto più agghiaccianti proprio perché si rifiuta di mostrare. L’orrore è fuori campo, e la banalità della vita domestica in primo piano rende tutto ancora più insopportabile. In About Luis, il bullismo, le aggressioni, la vita di Luis non si vedono. Si ricostruiscono attraverso racconti, telefonate, voci di corridoio. E questa distanza diventa la forma stessa del film.
L’altra scelta formale cruciale di About Luis è l’ambientazione quasi esclusiva nell’abitacolo del taxi di Jens. Anche questo è un elemento ricorrente nel cinema contemporaneo. Locke (Steven Knight, 2013) è il caso limite: un unico attore (Tom Hardy), un’unica automobile, novantaquattro minuti di conversazioni telefoniche mentre guida di notte. Il film è un esempio estremo di cinema da camera — il kammerspiel — applicato allo spazio dell’auto. La tradizione del kammerspiel nasce nel cinema tedesco degli anni Venti (Murnau, Pabst) e indica un cinema di interni claustrofobici, pochi personaggi, tensione psicologica. About Luis lo rovescia in modo originale: il “teatro da camera” non è una stanza chiusa, ma un veicolo in movimento. L’auto è insieme prigione e fuga, luogo intimo e spazio di transito.
Il filone del “cinema nel taxi” è del resto ricchissimo. Taxisti di notte (Jim Jarmusch, 1991) racconta cinque storie notturne in cinque città attraverso i taxi e i loro passeggeri. Taxi Teheran (Jafar Panahi, 2015) è girato clandestinamente con una piccola camera nascosta nell’auto del regista, trasformando il veicolo in studio cinematografico e atto di resistenza politica. In tutti questi film l’automobile funziona come spazio drammaturgico privilegiato per le stesse ragioni: la clausura fisica costringe i personaggi a stare insieme, il movimento crea un tempo limitato, la città che scorre fuori dal finestrino porta il mondo esterno dentro la scena senza mai farlo davvero entrare. In About Luis il taxi è il luogo dove Jens e Constanze si incontrano, litigano, si cercano: uno spazio di coppia per una coppia che non ha spazio.
Riferimenti: Billy Elliot (Stephen Daldry, 2000)
Ma vie en rose (Alain Berliner, 1997)
M – Il mostro di Düsseldorf (Fritz Lang, 1931)
Taxisti di notte (Jim Jarmusch, 1991)
Taxi Teheran (Jafar Panahi, 2015)
Boy Erased – Vite cancellate (Garrard Conley, 2016) – libro autobiografico
Il giovane Holden (J.D. Salinger, 1951) – romanzo
The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (David Bowie, 1972) – album
Creep (Radiohead, 1992) – canzone
El pequeño poni (Paco Bezerra, 2016) – testo teatrale


