Regia: Antonio Emanuele Ricci
Cast: Carlo Lucarelli, Graziella Ammaturo
Anno: 2025
Paese: Italia
Durata: 29′
Produzione:
Distribuzione:
Sinossi: Il 23 novembre 1980 un violento terremoto sconvolse l’Irpinia e una vasta area del Sud Italia, provocando migliaia di vittime e lasciando intere comunità senza casa. Alla tragedia umana segue una mobilitazione senza precedenti: lo Stato stanzia oltre 50 mila miliardi di lire per la ricostruzione. Un flusso enorme di denaro pubblico che, invece di rappresentare soltanto una speranza di rinascita, diventa presto terreno di conquista per interessi politici, imprenditoriali e criminali. Tra le organizzazioni più determinate a infiltrarsi negli appalti c’è la Nuova Camorra Organizzata, che intuisce immediatamente il potenziale economico e strategico della ricostruzione post- sisma.
In questo scenario si muove il vicequestore Antonio Ammaturo, dirigente della Squadra Mobile di Napoli, investigatore rigoroso e servitore dello Stato animato da un profondo senso del dovere. Ammaturo conduce indagini delicate sui rapporti tra criminalità organizzata e Brigate Rosse, politica e gestione dei fondi pubblici; opponendosi con determinazione a un sistema di corruzione diffuso e radicato.
Magnitudo 6.9 ricostruisce quegli anni cruciali intrecciando memoria storica e racconto personale. Attraverso materiali d’archivio, testimonianze e l’intervista alla figlia Graziella Ammaturo, il documentario restituisce il ritratto di un uomo integerrimo, ma anche di un padre e di un marito. Un racconto civile che illumina una pagina decisiva della storia italiana, mostrando come tra macerie e ricostruzione si sia consumata una battaglia silenziosa per la legalità.
Recensione: (di Pompeo Angelucci)
Nello scenario tormentato e caotico dell’Italia a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80 (sono gli anni dei sanguinari sequestri ad opera delle Brigate Rosse e della fondazione della Nuova Camorra Organizzata) il vicequestore Antonio Ammaturo è un autentico faro di rettitudine e moralità, che resiste alle lotte e alle intemperie della politica e della criminalità organizzata grazie alla sua profonda umanità e a una rigida bussola morale. Tra i suoi spostamenti in Italia Ammaturo ha modo di conoscere a fondo i vari livelli della malavita, riuscendo quindi ad ottenere una fama meritata di difensore della legalità. È, quindi, un uomo che ha seguito le sue aspirazioni fino a divenire un esempio per la cittadinanza e le forze dell’ordine – anche molti dei poliziotti al suo servizio, racconta sua figlia, intrattenevano un rapporto di cordialità e ammirazione con Ammaturo, a ulteriore riprova del suo carattere empatico.
Con questo ritratto, Antonio Emanuele Ricci sembra però voler cercare qualcosa di sommerso, potremmo dire nascosto, attorno alla figura di Antonio Ammaturo.
L’utilizzo che viene fatto dei materiali d’archivio, infatti, è sintomatico e parecchio esplicativo del modo in cui si intende narrare la persona dietro il vicequestore. Se dall’opinione pubblica questo viene percepito come l’inflessibile poliziotto, dall’altro lato è chiaro come dal racconto della figlia Graziella (che con la sua intervista offre una testimonianza diretta) Ammaturo fosse anche altro: un marito, un padre, un amico.
E se per la maggior parte del tempo durante Magnitudo 6.9 si assiste a un racconto mediatico (per la maggior parte televisivo, o giornalistico) utile anche e soprattutto a una contestualizzazione del periodo storico, la sovversione climatica offerta dall’accostamento con il materiale d’archivio è pressoché totalizzante; alla “freddezza” dell’oggettività viene a scontrarsi la calma e la familiarità dell’uomo nel suo ambiente protetto, circondato dalla famiglia e dagli amici. L’archivio risponde ottimamente alla necessità di svelare l’aura di calma e sospensione tipica dei momenti ricolmi di affetto e pace.
A fare da collante di questi due mondi interviene la voce fuoricampo dello scrittore Carlo Lucarelli, che funge da occhio esterno utile a unire il tutto. Ma non è un caso che negli ultimi anni (da almeno un decennio) l’archivio sia divenuto una vera e propria risorsa narrativa; specialmente nell’ambito cinematografico. L’archivio, infatti, specialmente quello privato, è percepito oggi come una fonte di riscoperta umana e intima necessaria per la riappropriazione in termini di autenticità.
Nel panorama della produzione audiovisiva contemporanea, dopo il declino del sistema hollywoodiano e delle grandi produzioni, dedicarsi al riuso del materiale d’archivio significa lavorare alla cura di tutto quanto potrebbe essere dimenticato o perduto. Specialmente quando si tratta di materiale che esiste esclusivamente su un supporto analogico, come può esserlo la pellicola. Significa, quindi, attingere dalla sfera nascosta del racconto (spesse volte) principalmente intra-familiare, e ripartire da questo, per offrire uno stimolo che susciti autenticità in risposta alla plasticità di un mondo odierno ormai assorto dalla prassi della fruizione delle immagini usa-e- getta.
Approfondimenti: Il cinema in bilico tra politica e informazione
Il cinema politico italiano, dagli anni Sessanta ad oggi, è una delle forme più incisive di riflessione critica sul rapporto tra potere e informazione. A partire da un periodo segnato dalla crisi dei partiti tradizionali, passando per Tangentopoli e la sfiducia crescente nelle istituzioni, molti registi hanno continuato una tradizione già consolidata nei decenni precedenti: usare il cinema come strumento di denuncia civile. In questo solco si collocano le opere di Marco Bellocchio e Francesco Rosi, autori che hanno mostrato come la corruzione non sia un’eccezione, ma un meccanismo strutturale radicato tra le maglie della politica.
Le mani sulla città (1963) è il modello fondativo di questo cinema d’inchiesta. Ambientato in una Napoli dominata dalla speculazione edilizia, il film racconta l’intreccio tra imprenditoria privata e amministrazione pubblica. Il costruttore Edoardo Nottola, interpretato da Rod Steiger, è al tempo stesso uomo d’affari e consigliere comunale: una figura emblematica di un potere che coincide con i propri interessi economici. Rosi non costruisce un semplice racconto di denuncia, ma mostra con precisione quasi documentaria il funzionamento della corruzione: commissioni, votazioni, compromessi, alleanze trasversali. Il celebre finale — “I personaggi di questo film sono immaginari; i fatti e i problemi sociali che li hanno prodotti sono reali” — chiarisce che il vero protagonista non è il singolo corrotto, ma un sistema stabile e perfettamente legittimato.
Anche Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio (1972) affronta il rapporto tra potere e manipolazione, concentrandosi sul ruolo dei media. Il direttore di un quotidiano conservatore, interpretato da Gian Maria Volonté, costruisce artificialmente un “mostro” mediatico per orientare l’opinione pubblica e influenzare il voto. Il film di Bellocchio punta il riflettore sul fatto che la stampa, anziché informare, può diventare un dispositivo politico al servizio delle élite. Il film denuncia un sistema in cui verità e giustizia sono subordinate alla convenienza del potere.
Questo tema si rivelerà ancora più attuale negli anni Ottanta e Novanta, quando il controllo dell’informazione diventerà uno degli strumenti decisivi del consenso.
Con Esterno notte, e parlando quindi a un pubblico contemporaneo (la serie-film è del 2022; è in qualche modo il sequel spirituale di un suo stesso film del 2003 Buongiorno, notte) Bellocchio torna sul caso Moro, offrendo una riflessione matura sul fallimento dello Stato durante uno dei momenti più drammatici della Repubblica. Pur essendo un’opera relativamente recente, il film dialoga idealmente con il cinema politico del secondo Novecento; la tragedia di Aldo Moro rivela l’immobilismo delle istituzioni, i calcoli di partito e la subordinazione della vita umana alla ragion di Stato. Bellocchio suggerisce che il potere italiano sia spesso incapace di cambiare davvero, perché fondato su equilibri che si auto conservano.
Questi film condividono una stessa intuizione: la corruzione non è soltanto un comportamento individuale, ma una forma di organizzazione del potere. Il cinema politico italiano ha avuto il merito di rendere visibili i meccanismi nascosti della democrazia, mostrando come dietro le procedure ufficiali si annidino interessi privati, manipolazione e compromessi. In questo senso, Bellocchio e Rosi hanno trovato nel cinema uno strumento di conoscenza e di resistenza attraverso la narrazione.
L’archivio e il riuso delle immagini
Nel panorama del cinema del secondo Novecento, Verifica incerta (1964) rappresenta uno dei primi e più radicali esempi di riuso creativo del materiale d’archivio. Realizzato da Alberto Grifi e Gianfranco Baruchello, il film nasce dal montaggio di spezzoni di pellicole hollywoodiane scartate, riassemblati in modo da destrutturare la narrazione tradizionale e mettere in crisi la grammatica del linguaggio cinematografico. Questa operazione contiene l’idea seminale di archivio come materia viva, ovvero un deposito di immagini che, sottratte alla loro funzione originaria, possono generare nuovi significati.
Questa intuizione è oggi al centro di molta produzione documentaria contemporanea. Magnitudo 6.9 di Antonio Emanuele Ricci dimostra proprio come il materiale d’archivio non sia più semplice supporto illustrativo, ma strumento essenziale per interrogare il rapporto tra memoria intima e storia collettiva.
Attraverso servizi televisivi, fotografie e filmati familiari, la figura del vicequestore Ammaturo emerge nella sua duplice dimensione di funzionario dello Stato e uomo di famiglia.
Il documentario d’archivio contemporaneo si fonda proprio su questa tensione. Le immagini pubbliche raccontano gli eventi e quelle domestiche restituiscono gesti quotidiani, sguardi e relazioni affettive. Nel momento in cui queste due sfere vengono montate insieme, il passato si ricompone in una forma nuova; più intima e complessa. È lo stesso principio che animava Verifica incerta: il senso delle immagini non è fisso, ma si rinnova grazie all’accostamento inedito.
In un’epoca dominata dalla produzione incessante di contenuti digitali, il recupero dell’archivio assume anche un valore etico. Significa preservare ciò che rischia di deteriorarsi o di essere dimenticato. Il cinema diventa quindi un gesto di cura, per sottrarre le immagini all’oblio e di restituire loro una nuova possibilità di esistenza.
Da Grifi fino ai documentaristi di oggi, il lavoro sull’archivio mostra come il cinema possa trasformare le tracce del passato in esperienza viva. Non solo memoria, dunque, ma riscrittura continua attraverso il montaggio e lo sguardo.
Mappa concettuale
Verifica incerta, di Alberto Grifi e Gianfranco Baruchello; 1964 film
Blob, di tutto di più; 1989 programma tv
Portobello, di Marco Bellocchio; 2026 serie tv
Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi; 1945 romanzo
Le mani sulla città, di Francesco Rosi; 1963 film
Il messaggio di Pertini. 23 novembre 1980; 1980 archivio Rai
Casa d’altri, di Silvio D’Arzo; 1953 racconto


